Thursday, March 7, 2013

Terrence Malick: "To the wonder"

Terrence Malick non gira dei film, ma dei capolavori di poesia.
Il suo ultimo sforzo come regista " A la merveille " (To the wonder) segue nel solco già tracciato da " The tree of life ", palma d'oro due anni fa a Cannes. Riduce il tema al centro dell'opera all'essenziale, in questo caso la storia della relazione tra due protagonisti, costretti a dividersi e riunirsi tra Parigi e uno sperduto paesino degli Stati Uniti. Lateralmente, la figura di un prete (Javier Bardem), alle prese con una specie di crisi di coscienza nell'atto di seguire la sua missione pastorale nello stesso paesino sperduto. Il motivo del film è tutto qui, con un occhio sempre vigile su un certo ambiente in preda ai veleni delle multinazionali con le inevitabili ricadute suoi suoi abitanti.
L'uso delle immagini esaltate all'ennesima potenza, dialoghi ridotti, personaggi come comparse (Ben Affleck dice al massimo 10 parole) rende il film talmente riconoscibile agli occhi dello spettatore, già abituato alle estenuanti maratone di Malick, che ci si sente a casa, confortati in un mondo di un estetismo estremo. Se non fosse che la presenza del male è li, incede negli interstizi della vita qauotidiana, la si ritova al lavoro e nella vita coniugale, nella mancanza di comprensione tra due esseri incapaci di amarsi o nella condizione di chi vive ai margini della società e cerca disperatamente risposte in un Dio inaccessibile.
Un film non per tutti, insomma,o per lo meno difficile da digerire, per chi è abituato all'azione dei blockbuster americani.
     

Sunday, February 3, 2013

Edward Hopper, Grand Palais, Paris


Chi di voi ha avuto l'opportunità di essere tra i fortunati che dopo ore di fila sono riusciti a vedere la mostra che in questi giorni si conclude al Grand Palais di Parigi, sa di aver visto qualcosa di eccezionale. Edward Hopper è artista di grandissimo talento e questa mostra che gli rende omaggio risluta all'altezza del suo nome. 
Nighthawks
Room in New York
Vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, ha saputo perfettamente apprendere i segreti dell'arte impressionista, vista e appresa durante i suoi soggiorni a Parigi, per poi distillarne i precetti in uno stile personale con il quale ha saputo rendere luoghi e momenti della vita statunitense, una volta tornato nella sua terra natia, dove rimarrà fino alla morte. Curioso notare che il suo successo non avvenne con le pitture, bensì con gli acquerelli, 27 in tutto, uno più meritevole dell'altro; una tecnica, quella dell'acquerello, che abbonderà in un secondo momento per consacrarsi definitivamente alla pittura. L'aggettivo "realista" suona riduttivo associato alla sua arte. Esiste una profondità nei quadri di Hopper che dipende dalla ricerca insistita di certi soggetti, come gli scorci di paesaggio della provincia statunitense, sempre ripresi da un angolo in cui la vista (e quindi il quadro) è impedita nello spaziare a 360 gradi per la presenza di un albero, un traliccio, un palo della luce. Non meno abile nel ritratte spazi d'interni, quasi sempre con finestre da cui trapela una luce al limite dell'accecante, vani di un immobile in cui si spiano scene di un'intimità di coppia o familiare, oppure gli spalti quasi vuoti di un teatro, in cui si attende l'inizio dello spettacolo. E la presenza umana? C'è, ma sempre muta (anche se i personaggi ritratti sembrano discutere); uomini e donne, quasi sempre con gli sguardi persi nel vuoto, le braccia conserte, chiuse, i volti corrucciati, presi nelle proprie mansioni di vita quotidiana. Tutta la vita che si esprime in un gesto: l'uomo ben abbigliato che sfoglia il giornale, la donna operosa intenta a cucire o il benzinaio nell'atto di riporre la pompa nel distributore. Il tutto avvolto nel silenzio, in una mancanza di parole, che non passano tra i soggetti che animano il quadro, come se ci fosse un muro a dividerli. La solitudine sembra essere il segreto che pittore e protagonisti della sua opera sembrano volerci trasmettere come cifra costitutiva della modernità a stelle e strisce. Non a caso l'ultimo quadro della mostra è una stanza vuota.
Sun in the empty room
I curatori hanno furbescamente diluito la mostra in un crescendo che culmina con l'apogeo delle ultime sale. Da non lasciare neanche dopo un'ora di mostra e la coda dovuta per vedere ogni singolo quadro.  
 

Blancanieves, by Pablo Berger, with Maribel Verdù

Confessiamolo. La visione di questa nuova versione di Biancaneve ci aveva attratto solo ed esclusivamente per la presenza di Maribel Verdù, il meglio che il cinema spagnolo contemporaneo possa offrirci (altro che Penelope Cruz!). Lei nel ruolo della matrigna cattiva, vittima della sua ossessione per la bellezza, rivede il suo ruolo tra gusto per il comico e mania dell'eterna giovinezza. 
Poi ci siamo resi conto che qualche merito doveva averlo pure il regista. Come reinventare una favola che tutti hanno fissa nella memoria per il modello insuperato offerto da Disney? Semplice: applicando piccole variazioni sul tema che rendono l'insieme appetibile per i cercatori di novità, senza sconcertare i tradizionalisti. Ambientazione nella Siviglia di un'epoca che ha i contorni della dittatura franchista; uso del bianco e nero e del muto, come se fosse un film privo del sonoro, con i cartelli esplicativi quando necessario; la banda dei nanetti, trasformati in un gruppo itinerante di saltimbanchi; il padre di Biancaneve, un torero appassito ormai in pensione. Ultima novità Biancaneve stessa (Ángela Molina). Altro che timida fanciulla persa tra le grinfie della matrigna cattiva: capelli corti da maschiaccio per un futuro da toreador sulle orme del padre.
Il finale è tutt'altro che scontato.
Maribel Verdù en Blancanieves
  

Friday, December 21, 2012

Anna Karenina by Joe Wright

Chi non ha mai pensato almeno una volta nella vita di vivere un amore struggente e passionale, a costo di mettere a repentaglio tutte le certezze di un un'esistenza soffocante, fino a sigillare l'esperienza con il sacrificio estremo?
ANNA KARENINA by Joe Wright
Se siete fra questi, l'ultima versione di Anna Karenina di Joe Wright é il film che fa per voi. Il regista ha saputo rinnovare sul grande schermo l'opera di Tolstoj con trovate al limite del geniale. Ben sapendo che l'opera nasce dall'incontro di due storie, quella di Anna e di Levin che si incrociano senza che i due protagonisti vengano mai a contatto, egli ha ambientato una parte del fim in un teatro di posa e l'altra parte in esterna. L'alternanza dei due scenari rende il film agile e rinnovato, a tal punto che non si annoia lo spettatore che conosce perfettamente la storia o le precedenti versioni cinematografiche. I decori, i balli, il mondo imperiale di una Russia divisa tra latifondismo e antichi privilegi partecipano al fascino del film.
Il cast è d'eccezzione, ma non tutti sono all'altezza del ruolo. Keira Knightley, che non ci sembrava all'inizio la scelta migliore, passa la prova, più nella seconda che nella prima parte del film. Jude Law, nel ruolo di Alexei Karenin, ci è sembrato poco convincente, mentre da bocciare Aaron Taylor Johnson, nel ruolo del conte Vronskj: avvenente e basta.     

Wednesday, December 5, 2012

Una perla rara: Eléphant Paname ospita E. Erwitt

Se siete di passaggio velocissimo su Parigi, non indugiate nelle file chilometriche che si dipanano fuori dai classici musei alla ricerca del biglietto per la mostra temporanea sul pittore di urlo visto e rivisto (vedi l'attuale Dalì al Centre Pompidou) o sul frequentatissimo Louvre sempre più ridotto nella versione artistica di un McDonald mordi e fuggi. Il vostro tempo di appassionati curiosi merita di più.
Recatevi allora all'Opera di Parigi non per ammirare il profilo da pan di Spagna del palazzo Garnier, bensì per dirigervi in una viuzza poco distante dalla fermata della metro omonima, rue de Volney. Il numero 10 di questa viuzza, anonima e desolata, ospita una perla rara, sconosciuta ai più. Si tratta del nuovo centro culturale Eléphant Paname, che all'interno di un hotel particulier costruito sotto Napoleone terzo, ospita sale di danza, uno spazio a piano terra per mostre temporanee che si dipanano ai piani superiori, dove si installerà prossimamente un ristorante nuovo di zecca diretto dal migliore sommelier di Francia. Questo spazio ospita la mostra "Eliott Erwitt: Personal best/Personal choice", una retrospettiva di ottanta scatti fotografici che ripercorrono la carriera di questo grandissimo fotografo statunitense ancora vivente.
Cosa rende questa perla così rara? Il fatto che le foto esposte sono state personalmente scelte dall'autore, con tanto di dedica impressa in una colonna del secondo piano lasciata il giorno dell'apertura della mostra. Si tratta di foto ormai appartenenti alla memoria collettiva, viste anche solo di passaggio nelle riviste più alla moda, come il bacio in bianco e nero dalle parti del Palais de Chaillot o il sorriso della donna ripreso nello specchietto retrovisore. Ma tanti anche gli scatti che mostrano un fotografo testimone di grandi celebrità, impressionante lo scatto su JFKennedy in smoking, come delle tragedie umane, ad esempio l'orrore dell'Italia post II guerra mondiale impresso negli sguardi dei bambini sopravvissuti.
Troppo pochi ottanta scatti. Usciamo dalla mostra chiedendone ancora, ancora, ancora... 
Springer, Paris, 1989, by Elliot Erwitt

Eléphant Paname
10 rue Volney
75002 PARIS
Eliott Erwitt: Best choice/Personal choice
fino al 13 gennaio 2013